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  • Carne arrosto di Laterza

    Carne arrosto di Laterza

    Carne arrosto di Laterza.

    La carne arrosto di Laterza è un prodotto destinato alla cottura arrosto, composto da tagli di carne ovina e caprina, macellati freschi ed infilzati su spiedi di acciaio.

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    La carne arrosto di Laterza è un prodotto a base di tagli di carne fresca ovina e caprina, mista a cipolle rosse di Acquaviva delle Fonti, destinato alla cottura arrosto. L’aspetto, il colore, la consistenza ed il sapore sono caratteristici della carne ovi-caprina.

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    Categoria del prodotto

    Carni (e frattaglie) fresche e loro preparazione

    Area di origine del prodotto

    il comune di Laterza (Taranto, Puglia, Italia)

    Processo produttivo

    Tagli di carne ovina e caprina, macellati freschi, lavorati a mano e selezionati con peso uniforme di 80-100 g ciascuno, sono infilzati alternativamente con spicchi di cipolla rossa di Acquaviva delle Fonti su spiedi di acciaio, precedentemente trattati alla fiamma in forno a legna.

    Periodo di produzione

    Tutto l’anno.

    Storia e tradizione

    Non sono stati ritrovati documenti scritti essendo il processo produttivo tramandato di generazione in generazione.
    La tradizionalità è assicurata dalla costanza del metodo di produzione adottato da un tempo superiore a quello previsto dalla normativa.

    carne arrosto di laterza grilled meat from laterza copertina-min

    carne arrosto di laterza grilled meat from laterza copertina-min

    descrizione tratta da Atlante dei Prodotti Tipici di Puglia Prima edizione – Ottobre 2006

  • Alberobello e la Valle d’Itria

    Alberobello e la Valle d’Itria

    Alberobello e la Valle d’Itria.

     è un articolo di Italia.ititalia.it

     La Valle d’Itria accoglie il visitatore con distese di ulivi senza eguali, alberi nati da una terra rossa che profuma e rende il panorama attorno un susseguirsi di effetti cromatici meravigliosi.

    Nota anche come la Valle dei Trulli, si estende tra le provincie pugliesi di Bari, Brindisi e Taranto (Puglia, Italia) e comprende numerosi comuni tra cui Alberobello, Carovigno, Castellana Grotte, Ceglie Messapica, Cisternino, Fasano, Locorotondo, Martina Franca, Noci, Ostuni, Putignano, San Michele Salentino, San Vito dei Normanni e Villa Castelli.

    Sarà per il bianco delle costruzioni o per la vegetazione che li incornicia, ma ogni paese, ogni borgo della valle, è avvolto da un atmosfera magica, quasi fiabesca.

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    Nel cuore della Valle d’Itria tappa d’obbligo è Alberobello con i suoi trulli, località inserita dall’Unesco nella World Heritage List nel 1996. Impossibile non rimanere affascinati da una passeggiata per le vie dei rioni Monti e Aja Piccola.

    Nella valle non c’è solo Alberobello. Le sue campagne sono disseminate di queste costruzioni tipiche: basti pensare a Cisternino, che sorge nella cosiddetta Murgia dei trulli, annoverato, assieme alla vicina Locorotondo, tra I borghi più belli d’Italia. Quest’ultimo, detto fino a metà ottocento “Luogorotondo” per la caratteristica forma rotonda dell’abitato, fa parte de “La Terra dei Trulli”.

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    Tra Bari e Taranto si trova Martina Franca, il comune più popolato della Valle d’Itria, noto soprattutto per la splendida architettura barocca e per l’omonimo festival musicale.

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    E poi c’è la Città Bianca per eccellenza, l’unica della valle con sbocco sul mare: Ostuni. Così chiamata per via del suo caratteristico centro storico, un tempo interamente dipinto a calce bianca. Ostuni costituisce insieme a Taranto e Santa Maria di Leuca, uno dei vertici ideali della penisola salentina.

    Assolutamente da non perdere un “viaggio al centro della terra”, alle Grotte di Castellana (nel comune di Castellana Grotte), dove la Grave, la prima e più vasta caverna nonché l’unica collegata con l’esterno, e poi la la Grotta Bianca lasceranno senza parole qualsiasi visitatore.

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    Ad Alberobello, fra i trulli, in uno scenario spettacolare vanno in scena sia il Presepe Vivente, nel mese di Dicembre, sia la Passione vivente, nel periodo pasquale.

    A Martina Franca nel mese di luglio, dal 1975, va in scena il Festival della Valle d’Itria.

    Sulla collina che sovrasta l’elegante borgo di Fasano, sorge l’omonima selva all’interno della quale si trova lo Zoo Safari, un parco adatto a grandi e piccini che offre al visitatore uno spettacolo davvero incredibile; oltre 40 specie animali allo stato selvatico.

    Passeggiate, laboratori e degustazioni presso le numerose masserie didattiche, ovvero aziende agrituristiche distribuite in tutto il territorio che propongono, per le scuole, ma non solo, esperienze dirette di osservazione e studio, e poi manipolazioni, raccolta frutti, partecipazione alle varie fasi di trasformazione dei prodotti agricoli, creazione di piccoli oggetti in giunco, degustazione di prodotti tipici.
    Come gli Sporcamussi: impossibile non alzarsi da tavola senza la bocca sporca di crema e di zucchero a velo. Sono i dolci tipici di Bari e della Valle d’Itria e si chiamano così proprio perchè sono talmente buoni che, mangiandoli in un sol boccone, deliziano il palato ma lasciano vistose tracce!

  • Mottola, quando la natura è un set

    Mottola, quando la natura è un set

    Mottola, quando la natura è un set.

    è un articolo di Città Meridianecittameridiane.it

     Mottola, natura selvaggia e Grotte di Dio, nelle Murge Tarantine tra rilievi sforbiciati dalle gravine e profondi canyon.

    Tra i percorsi più spettacolari e anche meno conosciuti della terra di Puglia c’è quello delle Murge Tarantine, rilievi sforbiciati dalle gravine, profondi canyon che corrono perpendicolari alla costa ionica: un universo di roccia formatosi due milioni di anni fa.

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    Un paesaggio che cattura lo sguardo e riempie l’anima, tra roccia e macchia mediterranea. Camminando sull’orlo dei dirupi, in mezzo a cespugli di lentisco e di ginepro, ci si sente in un mondo a parte, ancora poco battuto dal turismo e fatto di paesi arroccati sull’orlo di profondi burroni e di una campagna coltivata ad aranci e ulivi.

    Come Mottola, chiamata la Spia dello Ionio per la sua posizione su un colle panoramico affacciato sul blu profondo del golfo di Taranto.

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    Si trova qui la gravina più spettacolare e più maestosa di Puglia, quella di Petruscio, dalle pareti verticali piene di grotte scavate nella roccia. Il villaggio rupestre si è sviluppato sui fianchi della gravina, all’interno dei diversi livelli delle grotte tra loro comunicanti che nei secoli sono state utilizzate come abitazioni, ricovero di animali, centri di culto religioso e anche cimiteri.

    Sentieri tortuosi portano sul fondo della gravina ma il punto di osservazione più interessante è quello dal quale la si ammira proprio dal centro della gravina: noto a pochi ci ha permesso di realizzare foto spettacolari che danno l’idea di quanto profonda ed estesa sia questa spaccatura incisa nella roccia.

    Mottola ha anche un centro storico a pianta circolare che si abbarbica sulla collina tra stradine intricate e ripide scalette, che dovrebbe essere senz’altro più valorizzato, e moltissime chiese. Collocata sulla sommità si trova la Chiesa Madre risalente al XIII secolo e rimaneggiata successivamente.

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    Ma le chiese più interessanti sono senz’altro quelle rupestri e la più bella quella di San Nicola, chiamata la Cappella Sistina della civiltà rupestre dove si rimane a bocca aperta davanti al ciclo di 24 affreschi databili tra XI e XIV secolo con al centro, sulla parete dell’abside, il Cristo Pantocratore.

    Maestoso anche il Cristo Pantocrator all’interno della chiesa seminterrata di San Gregorio, che fa parte di un complesso molto esteso che comprende anche le due chiese rupestri della Madonna delle Sette Lampade e la chiesa della Madonna degli Angeli. Questa chiesa è molto interessante per il suo interno di grande pregio ripartito in navate da quattro grandi pilastri e dai soffitti accuratamente scolpiti a finte travature e cupole. Da sottolineare che la raffigurazione del Cristo Pantocratore nella calotta absidale di una chiesa rupestre è abbastanza inusuale nella nostra regione dove nelle absidi prevale la raffigurazione della Déesis, e nel Tarantino gli unici due esempi sono presenti a Mottola, a San Gregorio – appunto – e nella chiesa rupestre di Cristo alle Grotte.

    Altra chiesa rupestre singolare è quella di Sant’Angelo, che rappresenta l’unico caso in Puglia di chiesa rupestre a due piani ipogei, soluzione architettonica tipica della Cappadocia e del mondo bizantino. Peccato che gli affreschi risultano molto compromessi dalle infiltrazioni di acqua, favorite dal dissodamento del terreno sovrastante.

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    Intorno a Mottola si estende un vero e proprio museo a cielo aperto tra antiche masserie, trulli, cisterne, villaggi rupestri e le “Grotte di Dio” scavate nei valloni tufacei e immerse nel profumo intenso del rosmarino, del timo e dell’origano. Ed è qui che si sviluppa la cultura del vivere in grotta, con gioielli architettonici dagli apparati iconografici di eccezionale fattura artistica come le cripte finemente affrescate, vere e proprie pinacoteche custodite in forzieri di roccia. Non si tratta di fenomeni isolati, anche se qui raggiungono un livello elevatissimo di raffinata fattura, ma rientrano in un habitat naturale, antropico e culturale tipico del bacino mediterraneo, esteso dalla Turchia alla Grecia, Bulgaria, Cipro, Georgia, Armenia, Italia meridionale, Tunisia, Giordania, Israele, Francia e Spagna, e caratterizzato dall’uso della grotta scavata come tempio, chiesa, abitazione, opificio, villaggio, necropoli.

    Ma come dicevamo tutto questo a Mottola è immerso in un paesaggio talmente selvaggio e suggestivo da aver fatto da set a una delle storie del film Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, il regista di Gomorra. Si tratta de “La pulce”, con protagonista un re e la figlia, in età da marito che verrà data in sposa a un orco. Dopo otto mesi in cui il location manager del film Gennaro Aquino ha girato in lungo e in largo l’Italia, sono state scelte le grotte di Casalrotto come casa dell’orco.

    In una piccola gravina, tra piante di rosmarino e capperi e alberi di ulivi, sorge la chiesa della Madonna del Carmine o Madonna Abbàsc, in parte scavata nella roccia che, a chi arriva in una giornata tersa di sole, appare come un piccolo spicchio di Grecia in terra pugliese. A trarre in inganno la forma della parte superiore del santuario e il bianco abbacinante dei muri. La leggenda racconta che il 22 aprile 1506 la Vergine del Carmelo apparve in sogno al chierico Francesco Pietro di Filippo, che riposava nella grotta in cui abitava, e gli ordinò di edificare una cappella a lei dedicata. Da allora, durante i sabati di Quaresima, presso la cappella si svolge un affollatissimo pellegrinaggio votivo da Mottola e da molti centri vicini. All’interno, l’affresco sull’altare rappresenta la Vergine Odegitria con due angeli che le reggono la corona.

    Lasciamo a malincuore questo paradiso di pace e devozione. Con una promessa: torneremo a Mottola per visitare il tanto altro che la città offre a chi è pronto a cogliere le sue bellezze spesso nascoste.

    foto di cittameridiane.it

  • Capocollo di Martina Franca

    Capocollo di Martina Franca

    Capocollo di Martina Franca.

    Il capocollo di Martina Franca è un insaccato ottenuto da carne di suini nati ed allevati in maniera estensiva nel territorio di Martina Franca.

    La tecnologia di produzione prevede alcune fasi caratteristiche come il trattamento mediante vino cotto e l’affumicatura. Il capocollo di Martina Franca ha un colore rosso vinoso intenso ed un aroma pronunciato legato all’uso di spezie ed alla affumicatura. La consistenza è morbida ed il sapore fragrante con sensazione acida impartita dal vino cotto e ben sostenuta dalla qualità della carne.

    Categoria del prodotto

    Carni (e frattaglie) fresche e loro preparazione

    Area di origine del prodotto

    il comune di Martina Franca (Taranto, Puglia, Italia)

    Processo produttivo

    Il capocollo di Martina Franca è un insaccato ottenuto da carne di suini nati ed allevati in maniera estensiva nel territorio di Martina Franca. La materia prima è costituita dalla porzione superiore del collo del maiale e da una parte della spalla. Dopo salatura della carne, è eseguito il lavaggio in vino cotto (vino bianco martinese), la miscelazione con aromi di erbe locali, l’investitura e legatura nel budello di maiale, così da formare pezzature di forma cilindrica e peso di 0,5-2 kg. Il processo di affumicatura ha luogo bruciando il legno e la corteccia di un fragno originario dei Balcani e presente solo in alcune zone della Puglia. La stagionatura ha una durata di circa 3 mesi.

    Periodo di produzione

    Tutto l’anno.

    Storia e tradizione

    Le testimonianze storiche descrivono lavorazioni di carni suine secondo il protocollo usato per la produzione del capocollo di Martina Franca fin dal secolo XVII.

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    descrizione tratta da Atlante dei Prodotti Tipici di Puglia Prima edizione – Ottobre 2006